La schiavitù spiegata ai nostri figli
Joseph N’Diaye
La schiavitù spiegata ai nostri figli
Edizioni Epoché, 2008, pagg. 104
Cos’è la schiavitù e come spiegarla e ai nostri figli perché comprendano e non dimentichino?
Joseph Ndiaye è il conservatore della Maison des Esclaves (Casa degli Schiavi), nell’isola di Gorée, circa tre chilometri al largo di Dakar, Senegal. La Casa è oggi monumento nazionale e Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Nel 2004 l’Unesco ha conferito a N’Diaye la medaglia di Haiti, per i suoi meriti e a commemorazione di questa tragedia che ha macchiato il genere umano con il marchio dell’infamia.
Come è possibile che l’uomo abbia potuto commettere una simile atrocità nei confronti di altri uomini e così a lungo?
I giovani sono il nostro futuro ed è a loro che Joseph N’Diaye si rivolge. Il suo racconto, intessuto di riferimenti storici e letterari precisi, si svolge attraverso tre livelli: un racconto di sua invenzione, le richieste di spiegazione dei giovani visitatori della Casa, i fatti storici. Inventa un racconto per attirare la curiosità dei giovanissimi e tenerne desto l’interesse. Immagina una bambina felice di nome Ndioba, che viveva con la sua famiglia nel villaggio, aiutando la mamma nelle quotidiane faccende domestiche. La spensieratezza dell'infanzia viene bruscamente interrotta dall’arrivo di feroci guerrieri dai visi banchi, che la strappano all’affetto dei suoi cari, alla sua vita e alle sue radici, perdute per sempre. Gli spaventosi guerrieri terrorizzano la popolazione, incendiano il villaggio e catturano gli abitanti.
Le semplici domande dei ragazzi in visita servono da spunto a N’Diaye per narrare come si svolsero i fatti nella realtà: l’arrivo degli europei, la cattura dei prigionieri che, dopo un’accurata selezione, si avviavano lungo il buio corridoio al fondo del quale una finestra si apriva sull’immensità dell’oceano: quello era l’inizio del non ritorno, l’ultimo passo nell’ignoto, in quel mare che divorerà tanti figli dell’Africa, che non rivedranno mai più le ldolci savane.
Certo, la schiavitù è sempre esistita, fin dall’antichità: i Romani catturavano prigionieri per farne schiavi da usare come servi nelle loro case. La schiavitù non fu un’invenzione dei bianchi, gli stessi africani possedevano schiavi, ma mai nella storia dell’umanità l’uomo ha raggiunto i livelli di aberrazione della tratta negriera tra il XV e il XIX secolo, che si basava su un principio razzista: uomini che, a causa del colore della loro pelle, erano considerati merce, bestie marchiate a fuoco come animali da lavoro, completamente privati di ogni umanità dai propri simili, quegli stessi che si dichiaravano cristiani nei principi. Lo stesso N’Diaye, nella prefazione del libro, ricorda di avere accolto Papa Giovanni Paolo II , che “coraggiosamente si scusò, a nome della Chiesa, per il comportamento di tanti ecclesiastici.
I turisti bianchi che ogni giorno giungono in visita a Gorée provano un inconsapevole senso di colpa; N’Diaye, accompagnandoli, sente qualcuno singhiozzare mentre guarda le celle anguste dove venivano ammassate centinaia di esseri umani, incatenati come bestie. Tutta questa sofferenza fu provocata dalla necessità di manodopera per coltivare le piantagioni di zucchero, cacao e caffè in America e nelle Antille. Stride l’accostamento di tanto dolore e sofferenza alla squisita dolcezza di queste bevande che piacevano tanto alle signore degli eleganti caffè d'Europa. Scriveva Bernardin de Saint Pierre, viaggiatore francese del ‘700: “ ... non so se caffé e zucchero siano essenziali alla felicità dell’Europa, so bene che questi prodotti hanno avuto i molta importanza per l’infelicità di due grandi regioni del mondo: l’America fu spopolata in modo da avere terra libera per piantarli; l’Africa fu spopolata per avere braccia necessarie alla loro coltivazione”.
Il libro di Joseph N’Diaye non contiene risentimento, egli non è mosso da desiderio di vendetta. Il suo solo desiderio è la memoria, egli ammonisce tutti noi a non dimenticare quanto avvenne in Africa molti secoli fa, a ricordare, perché una simile crudeltà non si ripeta mai più.
“Non è una vergogna essere schiavi; la vergogna è avere degli schiavi” (M. Gandhi): queste semplici parole, scritte a mano su un foglio di carta attaccato al muro della Maison des Esclaves dallo stesso autore, servano sempre a “…ricordare ai molti tra noi che continuano a maledire le migliaia di dannati della terra che cercano un’esistenza migliore lontani dal loro continente, che in un passato non lontano eravamo noi a strapparli dalle loro case e a portarli nelle nostre, per sbatterli nelle paludi di un’esistenza decisamente peggiore.” (Marco Aime, Postfazione all’opera).

