Wangari Maathai
Solo il vento mi piegherà
Kupfer Editori – 2007 – pagg. 393
Il libro è l’autobiografia di Wangari Muta Maathai, premio Nobel per la Pace nel 2004, scomparsa lo scorso settembre 2011 all’età di 71 anni. Nel racconto della sua turbolenta vita ripercorriamo la storia del Kenya dagli ultimi anni del dominio coloniale inglese, passando attraverso l‘indipendenza, l’illusione della libertà e le speranze infrante nei decenni del regime dittatoriale successivo a Jomo Kenyatta, con il presidente Daniel Arap Moi, fino alle prime vere elezioni democratiche del dicembre 2002. Paladina di innumerevoli battaglie per la salvaguardia del patrimonio naturale del Kenya, Wangari, con quel suo carattere tenace, diviene anche protagonista delle lotte per l’affermazione dei diritti civili, dell’uguaglianza delle donne e della democrazia. Dalle pagine traspare sempre l’amore viscerale di Wangari per il suo paese e per la terra, per la quale sente di doversi battere senza risparmiarsi, finendo più volte in carcere e rischiando la vita più di una volta, salvandosi solamente grazie alla fitta rete di amicizie e contatti internazionali, che aveva seminato nei primi anni di studio e specializzazione negli Stati Uniti e in Germania. Rivivono nel libro i racconti di un passato che non esiste più: l’infanzia nel villaggio natale, i racconti degli anziani, la mitologia della creazione dei kikuyu, la tribù cui Wangari appartiene, il ricordo di come era bello il territorio quando lei era bambina e correva per le foreste giocando con le acque cristalline dei torrenti che un tempo scorrevano impetuosi. La sua lotta è portata avanti con armi semplici e pacifiche, ma con una perseveranza che non conosce fine. Ad ogni provocazione Wangari risponde piantando alberi, come ha sempre fatto. La sua battaglia ambientalista diventa presto una battaglia civile e politica per l’affermazione della democrazia. Il suo impegno, disdicevole a quell’epoca per una donna secondo la tradizione africana, le costò prima il divorzio e poi la discriminazione da parte della classe dirigente e dell’ambiente universitario in cui lavorava, e più tardi la persecuzione. Ma tutto questo impegno fu finalmente ricompensato con l’elezione in Parlamento nel dicembre 2002 e poi con il riconoscimento più importante: il premio Nobel per la Pace nel 2004, che le permise di far sentire la sua voce ancora più forte. “Anche se la democrazia non risolve i problemi, tuttavia, senza di essa le persone non hanno alcuna possibilità di migliorare le cose o di uscire dalla miseria o di rispettare l‘ambiente in cui vivono. Non importa quanto sia scuro il cielo, c‘è sempre un po‘ di rosa all’orizzonte ed è quello che dobbiamo cercare. Il rosa all’orizzonte verrà, se non finché ci saremo noi sicuramente per nostri figli o per i nostri nipoti. E forse allora tutto il cielo si tingerà del colore della speranza”. La voce di Wangari Maathai si è spenta il 25 settembre 2011, ma la speranza è che le organizzazioni da lei fondate ed suoi seguaci e collaboratori continuino a far circolare il suo messaggio e le sue idee per le generazioni future, portando avanti l’eredità lasciataci da questa grande donna.
Wangari Muta Maathai è nata in Kenya a Ihithe, nel distretto di Nyeri, la città più importante delle terre Kikuyu, etnia a cui apparteneva. Si laureò in biologia negli Stati Uniti, grazie al programma "Ponte aereo Kennedy", che forniva una borsa di studio ai migliori studenti africani. In Kansas lavorò presso la facoltà di Biologia, fino al momento del ritorno in Kenya, che nel frattempo era diventato un paese libero. La sua brillante carriera universitaria si interruppe quando cominciò a diventare un personaggio scomodo per il suo coraggio nel contrastare la scellerata politica del governo, il quale, a partire dagli anni ’70, avviò un indiscriminato piano di disboscamento di foreste e parchi di proprietà demaniale, per premiare e arricchire i propri sostenitori, noncurante dei bisogni del popolo. Attivista e fondatrice del Green Belt Movement, Wangari intraprese una lunga campagna di sensibilizzazione verso i problemi ambientali, la violazione dei diritti civili e delle donne in Kenya. Grazie al suo infaticabile impegno sono stati piantati oltre 40 milioni di alberi in Kenya. Nel 2004, prima donna africana, fu insignita del Premio Nobel per la Pace, per i suoi studi ed il suo contributo all’ambiente, allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla pace. Dal 2002 al 2005 ha fatto parte del Parlamento Kenyota sotto il Presidente Mwai Kibaki, come assistente al Ministro per l’Ambiente e le Risorse Naturali. Innumerevoli sono i premi e i riconoscimenti che ha ricevuto a livello internazionale. Si è spenta dopo una lunga malattia nel settembre 2011, a 71 anni.
Recensione scritta da Ros
Marco Baliani
Pinocchio nero
Rizzoli, 2005, pp. 173
“Li guardo oggi, sono cambiati. Ti guardano negli occhi sostenendo lo sguardo. E gli occhi esprimono una visione del mondo, prendono coscienza di esistere, spesso sorridono. Quando camminano in mezzo alle loro strade di fango sembrano diventati più alti, hanno qualcosa nel movimento che assomiglia alla dignità.”
Queste le parole di Marco Baliani, autore e regista dell’esperimento teatrale, che ad un anno dalla sua conclusione, ne ritrova i protagonisti. Nel libro di cui lui stesso è autore, Baliani descrive il primo incontro con i ragazzi, di come un sogno sia diventato progetto, e di come le aspettative e le difficoltà della rappresentazione abbiano spesso lasciato il posto a momenti di naturale comicità e a confidenze di vita vissuta.
Al centro della scena sono 20 ragazzi strappati dai margini della società. Raccontano la storia di un ciocco di legno abbandonato per strada, che Geppetto sceglie perché diventi Pinocchio. Raccontano la storia di un burattino che è senza fili, senza legami. Scappa di casa. Ha sempre fame. Non va a scuola. Viene derubato dei pochi soldi che ha. Viene sbattuto in prigione senza motivo. Perde il padre e non sa chi sia la madre.
Ma non raccontano solo questo. Raccontano di un bambino con un sogno di normalità, che scopre quanto è difficile crescere. E’ il racconto della metamorfosi di un inanimato pezzo di legno che diventa marionetta da condurre e vivificare, come anima perduta e ritrovata, e diventa bambino, con tutta la gioia di un corpo, e di un nome. E’ il racconto di 20 ragazzi che diventano attori e protagonisti della loro storia.
Marco Baliani (Verbania, 1950) è attore, autore e regista. Suo è il ruolo di narratore negli spettacoli Kohlhaas, Corpo di Stato, Tracce e Lo straniero. Ha recitato nei film Teatro di guerra, di Mario Martone, Il più bel giorno della mia vita, di Cristina Comencini e Domani, di Francesca Archibugi. Per Rizzoli ha pubblicato: Corpo di Stato (2003, finalista del Premio Volponi 2004) ed il romanzo: Nel Regno di Acilia (2004).
Joseph N’Diaye
La schiavitù spiegata ai nostri figli
Edizioni Epoché, 2008, pagg. 104
Cos’è la schiavitù e come spiegarla e ai nostri figli perché comprendano e non dimentichino?
Joseph Ndiaye è il conservatore della Maison des Esclaves (Casa degli Schiavi), nell’isola di Gorée, circa tre chilometri al largo di Dakar, Senegal. La Casa è oggi monumento nazionale e Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Nel 2004 l’Unesco ha conferito a N’Diaye la medaglia di Haiti, per i suoi meriti e a commemorazione di questa tragedia che ha macchiato il genere umano con il marchio dell’infamia.
Come è possibile che l’uomo abbia potuto commettere una simile atrocità nei confronti di altri uomini e così a lungo?
I giovani sono il nostro futuro ed è a loro che Joseph N’Diaye si rivolge. Il suo racconto, intessuto di riferimenti storici e letterari precisi, si svolge attraverso tre livelli: un racconto di sua invenzione, le richieste di spiegazione dei giovani visitatori della Casa, i fatti storici. Inventa un racconto per attirare la curiosità dei giovanissimi e tenerne desto l’interesse. Immagina una bambina felice di nome Ndioba, che viveva con la sua famiglia nel villaggio, aiutando la mamma nelle quotidiane faccende domestiche. La spensieratezza dell'infanzia viene bruscamente interrotta dall’arrivo di feroci guerrieri dai visi banchi, che la strappano all’affetto dei suoi cari, alla sua vita e alle sue radici, perdute per sempre. Gli spaventosi guerrieri terrorizzano la popolazione, incendiano il villaggio e catturano gli abitanti.
Le semplici domande dei ragazzi in visita servono da spunto a N’Diaye per narrare come si svolsero i fatti nella realtà: l’arrivo degli europei, la cattura dei prigionieri che, dopo un’accurata selezione, si avviavano lungo il buio corridoio al fondo del quale una finestra si apriva sull’immensità dell’oceano: quello era l’inizio del non ritorno, l’ultimo passo nell’ignoto, in quel mare che divorerà tanti figli dell’Africa, che non rivedranno mai più le ldolci savane.
Certo, la schiavitù è sempre esistita, fin dall’antichità: i Romani catturavano prigionieri per farne schiavi da usare come servi nelle loro case. La schiavitù non fu un’invenzione dei bianchi, gli stessi africani possedevano schiavi, ma mai nella storia dell’umanità l’uomo ha raggiunto i livelli di aberrazione della tratta negriera tra il XV e il XIX secolo, che si basava su un principio razzista: uomini che, a causa del colore della loro pelle, erano considerati merce, bestie marchiate a fuoco come animali da lavoro, completamente privati di ogni umanità dai propri simili, quegli stessi che si dichiaravano cristiani nei principi. Lo stesso N’Diaye, nella prefazione del libro, ricorda di avere accolto Papa Giovanni Paolo II , che “coraggiosamente si scusò, a nome della Chiesa, per il comportamento di tanti ecclesiastici.
I turisti bianchi che ogni giorno giungono in visita a Gorée provano un inconsapevole senso di colpa; N’Diaye, accompagnandoli, sente qualcuno singhiozzare mentre guarda le celle anguste dove venivano ammassate centinaia di esseri umani, incatenati come bestie. Tutta questa sofferenza fu provocata dalla necessità di manodopera per coltivare le piantagioni di zucchero, cacao e caffè in America e nelle Antille. Stride l’accostamento di tanto dolore e sofferenza alla squisita dolcezza di queste bevande che piacevano tanto alle signore degli eleganti caffè d'Europa. Scriveva Bernardin de Saint Pierre, viaggiatore francese del ‘700: “ ... non so se caffé e zucchero siano essenziali alla felicità dell’Europa, so bene che questi prodotti hanno avuto i molta importanza per l’infelicità di due grandi regioni del mondo: l’America fu spopolata in modo da avere terra libera per piantarli; l’Africa fu spopolata per avere braccia necessarie alla loro coltivazione”.
Il libro di Joseph N’Diaye non contiene risentimento, egli non è mosso da desiderio di vendetta. Il suo solo desiderio è la memoria, egli ammonisce tutti noi a non dimenticare quanto avvenne in Africa molti secoli fa, a ricordare, perché una simile crudeltà non si ripeta mai più.
“Non è una vergogna essere schiavi; la vergogna è avere degli schiavi” (M. Gandhi): queste semplici parole, scritte a mano su un foglio di carta attaccato al muro della Maison des Esclaves dallo stesso autore, servano sempre a “…ricordare ai molti tra noi che continuano a maledire le migliaia di dannati della terra che cercano un’esistenza migliore lontani dal loro continente, che in un passato non lontano eravamo noi a strapparli dalle loro case e a portarli nelle nostre, per sbatterli nelle paludi di un’esistenza decisamente peggiore.” (Marco Aime, Postfazione all’opera).
Ryszard Kapuscinski
L'altro
Edizioni Feltrinelli, 2007, pagg. 77
Questo saggio raccoglie le conferenze tenute da Kapuscinski in diversi periodi tra il 1990 e il 2004, in occasioni di convegni o cerimonie ufficiali per il conferimento di premi letterari.
Il tema dell’altro e di come il moderno uomo europeo affronta l’incontro con lui affascina Kapuscinski, che ha trascorso tanta parte della sua vita fuori dall’Europa: lui, di pelle bianca, ha dovuto farsi accettare in paesi stranieri in cui si è trovato ad essere “altro” rispetto a popolazioni diverse per cultura, lingua, religione e colore della pelle.
Il XXI secolo si è appena affacciato all’orizzonte, il mondo cambia rapidamente e la società umana è sempre più globalizzata per il veloce sviluppo delle comunicazioni, che rende tutto più raggiungibile e a portata di mano. Kapuscinski sente la necessità di affrontare un tema molto urgente, con il quale si è trovato a fare i conti per tutta la vita.
L’incontro con l’altro avviene, nella storia dell’umanità per varie esigenze: inizialmente per desiderio espansionistico, per assoggettare popoli vicini, per far prevalere il proprio dominio. L’uomo infatti non è per natura portato a viaggiare, è piuttosto sedentario e i nostri predecessori europei, Greci e Romani, conquistatori e esploratori del mondo, costituiscono un’eccezione. Molte civiltà antiche non hanno mai mostrato interesse per la conoscenza dell’altro: in Africa nessuna popolazione ha deciso di andare a esplorare le terre vicine, neppure l’Europa, non tanto lontana. I Cinesi addirittura hanno cercato di isolarsi dal resto del mondo costruendo la Grande Muraglia. Dopo Greci e Romani l‘Europa ha continuato l’esplorazione di mondi lontani, in maniera cruenta, con la Conquista Spagnola e poi con la colonizzazione dell’Africa, con tutte le terribili conseguenze che queste guerre di dominio hanno portato con sé. Soltanto dopo molti anni l’uomo occidentale si è avvicinato all’altro con l‘idea di eguaglianza. L’Illuminismo ha aperto la strada al cambiamento verso una nuova visione dell’altro: un uomo come noi.
Il passaggio da una visione più universale e meno eurocentrica avviene con la nascita dello studio antropologico, che spinge lo studioso al contatto diretto con alcune tribù remote, facendo emergere che anch’esse hanno una propria identità da rispettare tanto quanto la nostra. Nonostante i suoi limiti, la scienza antropologica è stata molto importante poiché ci ha portati a considerare l’altro al centro, non soltanto uguale a noi, ma superiore.
Con la filosofia di Emmanuel Lévinas arriviamo all’elogio dell’altro: mentre in Europa si stanno formando le grandi idee totalitariste (comunismo e fascismo), che esaltano la massa a discapito dell’individuo, fomentano indifferenza verso l’altro, per Lévinas l’altro permette di vivere la più grande esperienza della vita, perché offre l’opportunità di godere delle immense ricchezze che esso porta con sé e ci conduce alla via verso il bene.
E nel nostro secolo? La decolonizzazione dell’Africa e la nascita di parvenze di democrazia, lo sviluppo delle comunicazioni e dei mezzi di trasporto hanno reso il nostro mondo sempre più piccolo, e hanno favorito il contatto tra popoli diversi per razza, usi, religioni, lingua. Si deve cercare di affrontare l’incontro rispettando questo bagaglio culturale che l’altro porta con sé, superando il narcisismo che ogni civiltà ha innato, sentendosi superiore alle altre. “Gli altri sono lo specchio in cui guardarsi e capire chi si è. E’ stato solo in Africa alla vista dei suoi abitanti neri, che me ne sono reso conto. Grazie a loro ho scoperto il colore della mia pelle, al quale altrimenti non avrei mai pensato. Gli altri gettano una nuova luce sulla nostra storia personale”.
Nella nostra attuale società l’incontro non si può più rinviare, dobbiamo fare tutto il possibile perché non si arrivi allo scontro. Non servono muri per isolarsi, a cosa hanno condotto tutti i muri che l’uomo ha innalzato? Al conflitto, alla paura, all’isolamento, al nazionalismo che porta al razzismo e al disprezzo. Arriviamo a trattare l’altro come una minaccia oppure a mostrargli indifferenza. Ma l’atro è un individuo che ha una grande consapevolezza della propria identità, ha una propria razza, nazionalità, religione “che contengono una forte carica emotiva, talmente forte che il mio altro non è in grado di controllarla. Allora arriva al conflitto, allo scontro, alla carneficina, alla guerra”. Ecco allora l’importanza del dialogo con l’altro, sottolineata nella filosofia e negli scritti di pensatori come padre Jòzef Tischner, che esalta l’importanza dell’altro, definendolo un tesoro inestimabile di valori: non bisogna arrendersi all’egoismo, ma intervenire in difesa dell’altro, al quale dobbiamo rispetto e attenzione. La condizione di base di questo atteggiamento è “la volontà di conoscere, il rivolgersi all’altro, l’andargli incontro, l’attaccarci discorso”.
Kapuscinski ripensa ai suoi numerosi viaggi: ogni viaggio era un’incognita, l‘esito dipendeva sempre dal suo modo di approcciare l‘altro. Tutte queste esperienze gli hanno insegnato che l’uomo ha sempre innanzi a sé due opzioni: instaurare un dialogo o chiudersi in isolamento, magari innalzando un muro. Scegliendo la seconda opzione il secolo scorso ha prodotto orrori come i “lager” nazisti e comunisti e l’”apartheid”. Vale sempre la pena aprirsi al dialogo e all’accoglienza, tenendo sempre in mente il principio dell’ospitalità, dell’importanza che esso ha avuto fin dall’antichità: Ulisse non avrebbe mai fatto ritorno ad Itaca se non fosse stato ospitato con onore durante il suo peregrinare.
Ospitalità. Chi giunge in un paese straniero è sradicato e come tale trova rifugio nel recupero della propria identità, unendosi ai propri simili, cercando conforto da coloro che arrivano dal suo stesso paese, in modo da sentirsi meno debole e meno sradicato. Proviamo a pensare a questo altro nel proprio paese: è una persona che, come noi, ha un attaccamento a dei valori, che non vanno giudicati, ma conosciuti. Nessuna cultura è superiore o inferiore, solo diversa dalla nostra, ma è necessario staccarsi da un punto di vista eurocentrico, se vogliamo usare positivamente la sfida che il nuovo millennio offre.
“Il nostro è il Pianeta della Grande Occasione … vi incontreremo continuamente il nuovo altro… e dobbiamo cercare di stabilire con lui un dialogo e un’intesa. L’esperienza di tanti anni trascorsi in mezzo agli altri di paesi lontani mi ha insegnato che la benevolenza nei loro confronti è l’unico atteggiamento capace di far vibrare la corda dell’umanità”.
Ryszard Kapuscinski è stato un eccellente “reporter”, uno scrittore sensibile, curioso e aperto, ma soprattutto un grande uomo e ci ha lasciato con L’altro il suo testamento spirituale: un piccolo, preziosissimo libro, capace di arrivare fino ai nostri cuori e provocare una riflessione che i riguarda tutti noi, uomini moderni, richiamandoci a una responsabilità alla quale non possiamo più sottrarci.
Ndumiso Ngcobo
Alcuni dei miei migliori amici sono bianchi
Voland, 2009, pagg. 198
“Ok, lo ammetto, i bianchi mi piacciono. Con questa affermazione porto a zero in una mossa le mie già scarse probabilità di farmi una birra con Mugabe. Pazienza. A parte gli scherzi, ci sono anche aspetti negativi. Uno dei risultati più preoccupanti della mia scarsità di sentimenti ostili per i fratelli bianchi sarà quello di essere evitato di brutto dai fratelli neri quando ci troveremo finalmente a saltellar di nube in nube nel nostro nero paradiso. Sono cose che danno da pensare. Nessuno vuole fare il parìa per l’eternità.”
Ndumiso Ngcobo è uno scrittore che non ha peli sulla lingua. La sua scrittura è irriverente, tagliente e schietta e ci fornisce un punto di vista interessante sulla “nazione arcobaleno”.
La penna politicamente scorretta di Ngcobo non risparmia nessuno ed ecco che allora troviamo Zulu guerrafondai di natura in quanto degni eredi di re Shaka, neri scrocconi e incapaci di dare valore ai soldi, bianchi dipendenti delle multinazionali alle prese con stupidi giochi aziendali per stimolare lo spirito di gruppo e indiani ricchi con la puzza sotto al naso.
Perchè, se è vero che il regime dell’apartheid è caduto oltre vent’anni fa, è anche vero che il paese è un crogiolo di razze ed etnie e i pregiudizi reciproci sono spesso duri a morire.
Oggi però in Sudafrica qualcosa sta cambiando, alcuni luoghi comuni vengono dissacrati ed ecco che un nero grida al mondo: “alcuni dei miei migliori amici sono bianchi”.
Ndumiso Ngcobo, nasce in Sudafrica nel 1972. Insegna matematica e scienze in una scuola superiore sudafricana e, parallelamente, porta avanti la sua attività di blogger e scrittore. Alcune delle sue opere sono pubblicate con lo pseudonimo di Silwane kaNjila.
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