Nonostante i quasi 7mila morti e 16mila casi di contagio in Africa occidentale, l'epidemia mostra segni di rallentamento. Tuttavia l'emergenza è ancora alta e gli sforzi devono anzi essere intensificati se si vuole debellare il virus. Un Monito lanciato da tutti, ma c'è chi è più fiducioso e chi lo è meno. A chi dare ragione?.

L’epidemia di Ebola rallenta ma non si ferma. L’emergenza prosegue e la guardia deve continuare a rimanere alta soprattutto nei paesi colpiti, Liberia, Sierra Leone e Guinea. Un avvertimento lanciato da tutte le istituzioni e autorità internazionali, ma c’è chi è più ottimista e chi lo è meno.

L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), dal canto suo, lancia segnali di fiducia affermando che c'è un «consistente rallentamento» dell'epidemia in Africa. Il responsabile per la malattia dell'Oms, Bruce Aylward, durante una conferenza stampa a Ginevra lunedì, ha esortato la comunità internazionale ad aumentare gli sforzi per raggiungere l'obiettivo di azzerare i contagi. «Siamo veramente in una situazione diversa rispetto a due mesi fa, i progressi sono stati impressionanti, soprattutto per il lavoro delle Ong e delle comunità locali. - ha affermato - Questo sforzo si è tradotto in un rallentamento consistente dell'epidemia, ma l’essere sulla buona strada non è sufficiente, perché i risultati raggiunti oggi servono solo a rallentare l'epidemia, non a fermarla». La conferenza stampa è stata organizzata a due mesi dal lancio del piano dell'Oms che prevedeva entro l'1 dicembre di avere il 70% di pazienti individuati e trattati e il 70% di sepolture in sicurezza nei tre paesi più colpiti.

«La buona notizia è che in tutti e tre i paesi il secondo obiettivo sulle sepolture è stato raggiunto, soprattutto perché sono raddoppiati i team specializzati. - ha spiegato Aylward - C'è ormai una capacità sufficiente per gestire tutto il peso dei morti per Ebola. Il primo obiettivo dell’Oms, invece, quello sui pazienti trattati, siamo riusciti a raggiungerlo in Liberia e Guinea. Non ancora in Sierra Leone dove però questo obiettivo sta per essere centrato nella maggior parte del paese, fatta eccezione per un paio di distretti nella parte occidentale che però dovrebbero farcela nelle prossime settimane. Vorrei ricordare nuovamente però che il 70% non è sufficiente, dobbiamo arrivare al 100% per porre fine all'epidemia, e per questo gli sforzi vanno aumentati da parte della comunità internazionale».

Atteggiamento opposto invece quello mostrato sempre lunedì, ma da Monrovia, dal capo della missione speciale delle Nazioni Unite (di cui l’Oms fa parte) contro Ebola in Africa occidentale, Tony Banburry, il quale avverte che c’è ancora un «rischio pesante» che il virus si diffonda in altre parti del mondo. «Non dimentichiamoci che si tratta di un’epidemia che ha già fatto quasi 7mila morti e 16mila contagiati» ha sottolineato. Banburry non ha nascosto la sua preoccupazione e, intervistato dalla Bbc, ha anzi messo in dubbio che l’Oms abbia raggiunto il sopracitato obiettivo che si era posta a ottobre, in particolare quello di isolare il 70% dei casi nei tre paesi dell’Africa occidentale. Attraverso le parole di Banburry, si apprende un’altra versione delle cose.

«In Liberia, dove c’è stato il maggior numero di casi e vittime, il ritmo del contagio sta rallentando, ma l’epidemia continua a correre veloce in Sierra Leone. Dei tre Paesi più colpiti, solo la Guinea - dice Banburry - sembrerebbe aver centrato gli obiettivi dell’Onu. In Liberia, solo il 23% dei casi sono stati isolati e solo il 26% delle sepolture rispettano le norme di sicurezza. In Sierra Leone, circa il 40% dei casi sono isolati, e quanto alle sepolture siamo a quota 27%. Nelle aree più colpite muoiono ancora 200-300 persone alla settimana». Come si vede i dati contrastano sensibilmente.

Insomma due membri che in pratica dovrebbero affermare le stesse cose, dato che l’Oms è un agenzia dell’Onu, in realtà manifestano versioni e atteggiamenti differenti. Cosa assai curiosa, ma chi avrà ragione quindi?

Intanto un monito a non abbassare la guardia è arrivato anche dal presidente americano Barack Obama il quale, durante la sua visita all’istituto di Sanità Bethesda in Maryland, ha esortato il Congresso Usa a sbloccare i 6,2 miliardi di dollari richiesti per combattere il virus sottolineando che «la battaglia e tutt’altro che vinta. Senza nuovi fondi non possiamo sconfiggere l’epidemia e se vogliamo che gli altri Paesi si mobilitino, allora dobbiamo dare l’esempio».

Fino a questo momento sono solo due i casi di Ebola accertati negli Stati Uniti ma, secondo la giornalista investigativa Sharyl Attkisson, negli Usa sarebbero almeno 1400 le persone monitorate dal Center for Desease Control and Prevention, perché arrivate dai Paesi africani flagellati dal virus.

tratto da: Nigrizia - 3/12/2014