Nel 1331 il geografo marocchino Ibn Battutah, anticipando Vasco De Gama di oltre cento anni, compie la circumnavigazione dell’Africa. In quell’anno visita la Somalia, lasciando alla storia una testimonianza preziosa, la Rihlah, i suoi “diari di viaggio”. Egli giunge inizialmente a Zeila, cittadina nel nord della Somalia che egli chiama con il nome di “città dei berberi”, cioè città del “popolo nero”. La descrive come una cittadina piuttosto grande, con un grande mercato ma molto sporca e pervasa di cattivi odori. L’autore spiega che il cattivo odore era causato dalla gran quantità di pesce venduto per le vie della città e dal sangue dei cammelli macellati per le strade. A causa delle precarie condizioni igieniche e dei cattivi odori, Ibn Battutah riferisce di aver passato la notte a bordo della nave, nonostante le condizioni del mare fossero poco rassicuranti.

Lasciata Zeila, il veliero su cui era imbarcato il geografo, dopo quindici giorni di navigazione arriva nella rada di Mogadiscio. Immediatamente l’imbarcazione viene raggiunta da un piccolo sambuco proveniente dalla costa, con a bordo molti giovani mogadisciani che portavano in omaggio cibo e bevande. Dopo essere saliti a bordo, essi si avvicinarono ciascuno ad uno degli ospiti che doveva sbarcare. Appena saputo che Ibn Battutah era un religioso, informano il Qadi [giurista islamico] di Mogadiscio, il quale si recò subito ad attenderlo sulla riva. I giovani saliti a bordo del veliero straniero offrivano cibarie agli ospiti, dicendo che in città sarebbero stati ospitati dai loro padroni che in tal modo prendevano sotto la propria protezione i viaggiatori e i commercianti stranieri.

L’uso di offrire cibo alla straniero sulla nave era molto osservato nella Mogadiscio del Medioevo e, viene tutt’ora chiamato in somalo con l’espressione “marti soran” che letteralmente significa “ospite saziato di cibo”.

Una volta sbarcato sulla riva, Ibn Battutah viene avvicinato sulla riva stessa dal Qadi di Mogadiscio il quale, dopo i saluti di benvenuto, lo invita al cospetto dello Sheykh [titolo onorifico che indica saggezza e rispetto. All’epoca, in Somalia, gli Sheikh governavano le città] che comandava la città.

Nel 1331 dunque, anno approssimativo della visita di Ibn Battutah in Somalia, la città di Mogadiscio era dunque governata da uno Sheikh, un sultano che però non portava ufficialmente tale titolo. Ibn Battutah riferisce che lo Sheykh occupava in città un elegante palazzo in pietra, era circondato da un gran numero di consiglieri e disponeva di una forza armata ben organizzata. Stando a quanto riferito dal geografo, lo Sheykh si chiamava Abu Bakr ibn ‘Umar, conversava in arabo con lui ma parlava nella lingua locale con i nativi di Mogadiscio. E’ tuttavia improbabile che la lingua nativa a cui Ibn Battutah fa riferimento sia il somalo; è invece più verosimile l’ipotesi che si trattasse di qualche idioma oromo oppure di un linguaggio di tipo bantu. E’ altresì evidente che, oltre alle originarie famiglie arabe e persiane immigrate sulla costa nei secoli precedenti, cominciavano a stabilirvisi famiglie provenienti dall’interno del paese, probabilmente oromo. Esse servivano forse da tramite nei rapporti commerciali tra Mogadiscio e i villaggi dell’entroterra. Non è naturalmente da escludere che vi potessero essere già alcune famiglie appartenenti a qualche gruppo etnico somalo e che parlassero quindi la lingua somala. Inoltre, dalle coste degli attuali Kenya e Tanzania, venivano importati schiavi che col passare del tempo si trasformavano in servi domestici delle ricche famiglie mogadisciane; essi parlavano certamente degli idiomi appartenenti alla grande famiglia linguistica bantu.